
Contributo:
- Pubblicato su Salute Internazionale il 22 Luglio 2026
- Redatto da Nicola Cocco
- Evidenzia che
- La violenza normativa sulla salute dei lavoratori migranti è documentata da un solido corpo di letteratura peer-reviewed e dai dati occupazionali globali
- II lavoratori stranieri sono sistematicamente confinati nei cosiddetti 3D Jobs (Dirty, Dangerous and Demanding/Degrading): impieghi caratterizzati da bassi salari, scarsa qualificazione e un altissimo indice di pericolosità intrinseca
- In Italia la componente straniera sconta un tasso di disoccupazione e di sotto-inquadramento professionale (occupational downgrading - declassamento rispetto alle competenze reali o ai titoli di studio posseduti nel paese d’origine) che agisce come un determinante sociale di salute distruttivo (lo scollamento tra le aspirazioni individuali e la brutalità della segregazione occupazionale genera un’usura psicologica cronica, che aumenta significativamente il rischio di sviluppare, tra gli altri, disturbi d’ansia e depressione maggiore)
- Le condizioni di lavoro dei migranti generano il ricorso diffuso e spesso incontrollato ad analgesici maggiori, antinfiammatori e sostanze stupefacenti per sopprimere chimicamente il dolore e la fatica nei campi e nei cantieri. Non si tratta di una ricerca di eufonia o di tossicodipendenza classica, ma di una forma di “doping occupazionale” strutturale, spesso caldeggiato o imposto dai caporali stessi, indispensabile per consentire a corpi clinicamente logori di reggere turni di dodici o tredici ore sotto il sole.
- Conclude affermando che
- l’analisi di sanità pubblica e l’antropologia medica non possono limitarsi alla descrizione del danno epidemiologico, ma devono pretendere il ribaltamento politico del paradigma vigente
- è urgente rivolgere un appello fermo alle istituzioni europee e nazionali affinché si ponga fine alle pratiche securitarie e alle politiche di esternalizzazione delle frontiere che invisibilizzano e annullano le persone migranti, puntando a scardinare il razzismo istituzionale che differenzia il valore intrinseco degli individui in base alla loro nazionalità d’origine.
